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mercoledì 27 agosto 2014

IL MACERO, UN RETAGGIO DEL PASSATO

Basta uno sguardo alla mia pianura per capire l'impronta agricola ancora presente nel territorio che circonda i centri abitati, la periferia è intersecata con le vecchie corti, le antiche aie si intravedono tra condomini o case a schiera.
Quello che spicca maggiormente è la presenza numerosa di maceri, fino a pochi decenni fa componenti indispensabili di ogni podere di tutto rispetto.


Macero

I maceri sono l'ultima testimonianza visibile di una fiorente attività agricola delle province dell'Emilia ormai in disuso: la lavorazione della canapa (Cannabis sativa).
Tutto il territorio delle province di Bologna, Modena e Ferrara ne è punteggiato, una diversificazione del paesaggio rurale molto interessante perchè offre un ambiente naturale utile come rifugio a piante e animali legati all'acqua.


Canapa (Cannabis sativa) 

Il macero è un bacino idrico artificiale, spesso di forma rettangolare, dalle dimensioni e profondità variabili, utilizzato dal '500 sino agli anni 50 del secolo scorso per il ciclo di macerazione della canapa.


Macero utilizzato per irrigazione

La coltivazione e lavorazione della canapa hanno rappresentato una delle attività agricole più faticose che i nostri nonni ricordino, compiti gran parte affidati alle donne.
Le professioni di agricoltore o bracciante sono state le più praticate in questi territori, il racconto del gravoso compito che alla fine di Agosto prendeva il via in ogni angolo della Pianura ricorreva spesso nei racconti della nonna.



La canapa giungeva a completa maturazione nei primi giorni di Agosto, erano gli uomini a tagliarla  vicino alla radice con un falcetto e insieme alle donne si formavano altissimi covoni con i fusti delle piante suddivisi per altezze.
I covoni dovevano essiccare per 4-5 giorni, in caso di pioggia occorreva coprirli.



Nella fase successiva, quella della macerazione, il macero giocava il ruolo principale: le fascine venivano adagiate su zattere affondate mediante grossi sassi del peso di almeno 7 chili ciascuno, disposti lungo le rive.


Fase della macerazione, Bologna 1928

La profondità dell'acqua doveva essere almeno 2 metri per ottenere una buona macerazione che era considerata completa quando i fasci di canapa apparivano sbiancati (dai 10 ai 20 giorni di immersione).

La nonna ricorda il momento in cui i fasci di canapa detti mannelle venivano estratti dall'acqua come la parte più faticosa dell'intera lavorazione: appesantiti dall'acqua raggiungevano un carico notevole, le zanzare poi non risparmiavano chi doveva trascorrere ore nei pressi delle sponde del macero.



Una volta disposta sulle rive, la canapa si asciugava in pile dalla tipica forma a capanna e, una volta essiccata, si doveva trasportare nei pressi della casa colonica in un'apposita struttura detta casella, oggi spesso recuperata e trasformata in una piccola ed elegante dependance. 

L'ultima fase comprendeva la battitura dei fusti macerati per rompere la parte legnosa ancora presente, seguita dalla pettinatura che eliminava eventuali residui e conferiva morbidezza e lucentezza alla fibre.
Questi momenti vengono ricordati con allegria, secondo me anche per gli effetti della Cannabis che tutti conosciamo. Pare che anche le galline che becchettavano i residui della lavorazione sembrassero ubriache e su di giri!! 


La preziosa fibra veniva utilizzata dalle famiglie contadine per fabbricare robusto cordame, prodotti tessili grezzi e carta.

Vecchi teli di canapa che ho trasformato in preziosi asciugamani

Al termine del ciclo occorreva eseguire una pulizia completa del macero, con cambio dell'acqua (poteva essere utilizzata per una sola macerazione, i gas di fermentazione avrebbero ingiallito la successiva lavorazione), pulizia dalle erbacce e consolidamento delle sponde.

Con l'acqua pulita si immettevano i pesci, in genere carpe, tinche e pesci gatto che contribuivano all'eliminazione delle zanzare e alla pulizia del microambiente da alghe ed erbe infestanti.
Durante l'anno i pesci fornivano sostentamento per la famiglia e venivano utilizzati per festeggiare la conclusione dei lavori legati alla canapa (quando le zattere venivano immerse, i pesci affioravano perché privati di ossigeno e si potevano pescare con facilità).



Il macero continuava a rappresentare un elemento prezioso anche al di fuori del momento della lavorazione della canapa: si utilizzava per annaffiare l'orto, lavare la biancheria e pescare le saporite rane, da friggere nello strutto.
Nelle giornate più afose il macero si trasformava in piscina, nei bacini di grandi dimensioni si utilizzava una piccola barca per pescare o far divertire i bambini.



Con l'avvento del proibizionismo e la concorrenza data dalle fibre artificiali, nella pianura emiliana la canapa non si coltiva più soprattutto per le restrizioni dovute alla somiglianza morfologica con Cannabis indica, più ricca di principi attivi stupefacenti della varietà sativa.


Presenza di Ninfea alba in un macero con ecosistema equilibrato
Macero prosciugato di cui si intravede ancorala forma


Oggi molti maceri sono stati interrati per recuperare "prezioso" spazio per edificare o per motivi igienici oppure ritenuti pericolosi, altri sono in completo abbandono e considerati una discarica dove abbandonare pietrisco o rottami. Spesso sono affiancati dalle vecchie case coloniche diroccate e lasciati al loro destino.


Macero colonizzato da Nuphar luteo

Nella realtà in cui vivo i maceri sopravvissuti sono stati salvati dal degrado, considerati un patrimonio inestimabile del nostro passato sono diventati piccole oasi ecologiche dove la natura ha preso il sopravvento, microambienti ricchi di specie vegetali e animali e sorgenti di biodiversità.
In alcuni casi sono stati convertiti in laghetti per la pesca sportiva o sono ancora utilizzatati per l'irrigazione delle campagne limitrofe.



Si possono ammirare maceri che hanno perso la forma geometrica iniziale e che con il tempo e l'assenza di manutenzione hanno assunto contorni naturali: alberi, piante palustri, avifauna, pesci e anfibi sono tornati per prendere possesso dell'eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato.

Sono angoli di natura pieni di fascino sia dal punto di vista estetico che naturalistico, con uno scenario che mostra alberi caduti all'interno dello specchio acquatico intrecciati con la vegetazione palustre.



Tra gli alberi dominano le Salicacee come Pioppo (Populus) e Salice bianco (Salix alba), sulle sponde non mancano varietà di giunchi (Juncus), canne (Phragmites australis) e Thyphe latifoglia.
Gli arbusti come il Ligustro, il Sambuco e il Biancospino favoriscono la presenza di uccelli: Aironi bianchi e grigi e Garzette si nutrono delle loro bacche e nidificano nei pressi delle sponde.
Gli anfibi come tritoni e rospi trovano nel macero un perfetto habitat, spesso si sentono i muggiti della rana bue.


Presenza di girini nelle acque basse di un macero

Per la salvaguardia e la conservazione di questi specchi d'acqua rurali la Comunità europea, unitamente a diversi Enti regionali e locali, ha emanato regolamenti per un impegno (anche di tipo economico) affinché questi spazi siano recuperati.

2 commenti:

Matteo Bergami ha detto...

sono possessore di macero/laghetto condivido e apprezzo quanto hai scritto!

Lore ha detto...

Grazie per queto ricordo di estati a Palata Pepoli, dei cugini, gli zii e le lenzuola tessute dalla nonna.