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martedì 16 febbraio 2016

PLASTICHE VEGETALI, LE BIOPLASTICHE

Secondo un allarme lanciato da una ricerca pubblicata dal World Economic forum, se non ci saranno inversioni di tendenza, nel 2050 il mare sarà popolato più da plastica che da pesci, un oceano di rifiuti che ci sommergerà come uno tsunami di plastica.
E' stato documentato che ogni anno vengono scaricati nei mari 8 milioni di rifiuti plastici (circa un camion ogni minuto), cifra che potrebbe raddoppiare nel 2030 e quadruplicare nel 2050, un futuro veramente prossimo.



Miliardi di particelle che galleggiano nelle acque terrestri che vengono ingerite da pesci e animali marini provocando danni al loro sistema endocrino e immunitario.


Plastisfera è un neologismo coniato proprio per indicare questa nuova "nicchia ecologica" marina nella quale batteri e alghe colonizzano la plastica la cui superficie è naturalmente idrorepellente (a loro volta i pesci si nutrono di questi microrganismi).
La plastica con la sua bassa biodegradabilità perdura lungamente nell'ambiente marino e diventa un comodo mezzo di trasporto per organismi viventi che possono facilmente spostarsi in habitat molto distanti all'interno dei quali si trasformano in specie aliene.


La causa principale di questo disastro ecologico è il riciclo non corretto di questo materiale, solo il 5% scarso della plastica viene riciclato, il resto finisce nelle discariche (40%) o nel mare.


Dagli anni '60 del secolo scorso la creazione di materiale plastico ha subito un'impennata, l'utilizzo va dai contenitori per alimenti ai dispositivi medicali, ai giocattoli e ad altri importanti impieghi che hanno migliorato notevolmente la vita dell'uomo.
Purtroppo i vantaggi si devono associare a svantaggi per la salute, le sostanze rilasciate dai contenitori ad uso alimentare interferiscono con il sistema endocrino e favoriscono l'insorgenza del cancro.

Presto l'intera produzione mondiale di petrolio si renderà necessaria solo per la plastica, l'obiettivo è trovare un prodotto diverso dalla plastica capace di soddisfare i bisogni dell'uomo e innocuo per la salute umana e animale.


La soluzione è nelle mani di tutti, non solo degli esperti.
Oltre ad imparare ed attuare un corretto smaltimento della plastica, ridurre gli imballaggi, effettuare una pulizia degli oceani dalle particelle di microplastica sarebbe opportuno prendere in considerazione l'utilizzo delle bioplastiche.

La bioplastica è un'importante opportunità per il futuro.
Si tratta di un materiale che deriva da fonti rinnovabili o biodegradabili o con entrambe le peculiarità che può essere riciclato. 

BIODEGRADABILE è un materiale che viene riconosciuto come cibo dai microrganismi presenti nell'ambiente (batteri, funghi, alghe), quindi consumato e digerito. 

Vegetali trasformati in plastica: bucce di pomodoro, polvere di caffè, gambi di bietola, mais, scarti di lavorazione delle banane, cellulosa, zucchero o cacao...
Il procedimento è semplice: le fibre vegetali in polvere vengono trattate con solventi che evaporano durante il processo o sono lavorate con altri polimeri biocompatibili.

Il risultato è un materiale malleabile, profumato, adatto a diversi usi, dai tappetini per il mouse ai fili per sutura chirurgica in grado di rilasciare un farmaco, dalle tettarelle dei biberon ai giocattoli, dalle tovagliette ai contenitori per liquidi alimentari.
Le bioplastiche hanno caratteristiche che variano a seconda del vegetale utilizzato e possono essere arricchite con nanoparticelle: oli essenziali, antiossidanti, vitamine, minerali, flavonoidi di origine naturale o acquisire proprietà antimicrobiche, sterili, magnetiche.


Le applicazioni della bioplastica sono infinite, come le plastiche tradizionali possono avere usi e funzioni molteplici, sono semplici da stampare, permeabili ai gas, al vapore acqueo e ai gas.
Attualmente le bioplastiche trovano impiego nella produzione di sacchetti per rifiuti organici, pellicole per alimenti, contenitori per bevande, sacchetti per la spesa, involucri per saponette ecc..


Gli imballi per alimenti in bioplastica possono essere utilizzati per contenere diversi tipi di cibo quali prodotti da forno, frutta e verdura, bevande analcoliche con il vantaggio di un aumento della vita del prodotto confezionato, una maggior accettazione da parte del consumatore e nella possibilità di compostaggio alla fine dell'utilizzo.

Vorrei sottolineare che il tempo di decomposizione delle bioplastiche è di alcuni mesi, mentre per le plastiche tradizionali occorrono almeno 1000 anni!


Bicchieri, piatti e posate usa e getta impiegati nel catering o negli eventi all'aperto generano una grande quantità di rifiuti difficili da riciclare perché inquinati dai residui di cibo.
Se realizzati con materiali eco-sostenibili interamente riciclabili, possono essere smaltiti con i rifiuti organici e trasformare in pochi mesi dopo l'utilizzo, in concime fertilizzante.


Altro esempio applicabile nel campo del giardinaggio è rappresentato dall'impiego di vasi in plastica biodegradabile che consentono di mettere a dimora le piantine direttamente nel terreno con il vantaggio di non danneggiare le piccole radici e di fertilizzare il suolo con il vaso che in poco tempo si trasformerà in compost.
Lo stesso vale per le vaschette utilizzate in orticultura e per i film per pacciamatura usati per impedire la crescita di erbacce e preservare l'umidità del terreno.


La bioplastica trova impiego anche nel campo dell'elettronica di largo consumo: cellulari, gusci esterni di computer, tastiere, mouse, aspirapolveri con la capacità di mantenere la stessa leggerezza e durata delle plastiche tradizionali.


Nell'ambito dell'abbigliamento (calzature, rivestimenti sintetici) la bioplastica sta rimpiazzando la plastica tradizionale e i materiali naturali come la pelle.
Anche in questo caso lo standard qualitativo è molto elevato.

I prodotti cosmetici e per l'igiene generano una grande quantità di rifiuti plastici, ricorrere in questo caso alle bioplastiche sta diventando una vera emergenza.
Alcuni produttori hanno già sostituito le confezioni con materiali eco-sostenibili.

Le bioplastiche trovano impiego anche nella produzione di tessuti speciali per l'arredo di interni e del settore automobilistico.

Seppur lentamente, le bioplastiche stanno entrando anche nel mondo dello sport, molti indumenti ed accessori vengono infatti realizzati in plastica.
Esistono già scarponi per sci, palline, coperture per sedili da stadio realizzati in bioplastica.

VANTAGGI DELLE BIOPLASTICHE

Biodegradabile: è la caratteristica di maggior importanza

Riciclabile: dopo l'uso, viene utilizzata per creare fertilizzanti

Basso impatto ambientale: non sono necessarie operazioni di suddivisione dei rifiuti da parte dei consumatori, per l'alta biodegradabilità la bioplastica può essere collocata in discarica

Riduce i costi di smaltimento dei rifiuti con minore emissione di fumi tossici in caso di incenerimento

Igienica: l'utilizzo alimentare di contenitori bio evita l'assorbimento di sostanze nocive che avviene con l'uso della plastica tradizionale



CONTROINDICAZIONI
Purtroppo la bioplastica è ancora prodotta a partire da materie prime alimentari come mais, grano ed altri cereali coltivati in modo tradizionale, questo potrebbe risultare negativo nella disponibilità di derrate alimentari ed incremento dell'uso di fertilizzanti.
E' possibile una soluzione se le plastiche bio vengono prodotte dagli scarti agricoli o alimentari, sono in atto molti studi e progetti di ricerca per la realizzazione di un prodotto a partire dai residui della produzione dello zucchero.

Lo stabilimento di Minerbio, Bologna

Proprio a pochi chilometri da Bologna (Minerbio), nei pressi di uno dei più grandi zuccherifici italiani, un impianto pilota utilizza la melassa derivata dagli scarti dello zucchero per sintetizzare un bio polimero.
Semplicemente si sfrutta una melassa, che altrimenti andrebbe smaltita, per nutrire una colonia di particolari batteri i quali sintetizzano un bio polimero (una grande molecola) da cui si estrae una polvere con le stesse caratteristiche di resistenza termica e meccanica della plastica tradizionale.

venerdì 22 maggio 2015

22 MAGGIO, GIORNATA MONDIALE DELLE BIODIVERSITA'

La giornata di oggi, 22 Maggio, è dedicata alla biodiversità, cioè alla straordinaria ricchezza di tutte le specie viventi del nostro Pianeta.
La Giornata delle biodiversità è stata istituita dall'ONU nel 2000 per sensibilizzare la tutela della diversità biologica, un tema a cui tutti dovremmo porre attenzione.


Il nostro Pianeta sta perdendo circa 30000 specie viventi all'anno, 3 ogni ora.
Uno stillicidio senza fine di cui non ci accorgiamo nemmeno.
L'estinzione di una specie animale o vegetale è un processo naturale che, a causa delle attività umane sempre più invadenti sta accelerando vertiginosamente.
La comunità scientifica è d'accordo nell'affermare che il tasso attuale di estinzione è da 100 a 1000 volte superiore a quello che precede la comparsa di Homo Sapiens.

Questo drammatico fenomeno è dovuto all'alterazione degli habitat e alla disseminazione di specie invasive.
Con la grande crescita demografica, lo sviluppo industriale e la globalizzazione dell'agricoltura, la specie umana ha trasformato profondamente il territorio, ridotto la varietà di forme viventi e uniformato il paesaggio.

Frutti "dimenticati"

Gli agricoltori hanno selezionato sempre più i vegetali seguendo solo un interesse e provocando un impoverimento genetico (rispetto al secolo scorso dalle nostre tavole sono sparite 3 specie vegetali su 4).


Dovremmo sempre ricordare che la biodiversità è il risultato di 3 miliardi e 
mezzo di anni di sperimentazione delle forme di vita che garantiscono la nostra sopravvivenza.
Circa un decimo della popolazione mondiale dipende dalla biodiversità vegetale ed animale, ecosistemi locali oggi seriamente minacciati (barriera corallina, foreste, zone umide).

Sono tanti i tesori a rischio maltrattati a causa dell'inquinamento, i disastri ecologici, il surriscaldamento del Pianeta, basta pensare che una specie su 6 sparirà entro la fine di questo secolo.


Il 22 Maggio 2015 è dedicato alle isole e al loro tesoro naturale, ai loro delicati e sensibili ecosistemi.

Nell'anno dell'EXPO, il cui tema centrale è come nutrirci salvando il Pianeta, ricordiamoci che conservare la salute del Pianeta è una sfida impegnativa ma possibile e che la specie umana non è proprietaria e dominante rispetto alle altre forme di vita di cui siamo i custodi e non i padroni.

sabato 22 novembre 2014

LA VITA IN UNO STAGNO NATURALE


Regaliamoci un po' di tempo per osservare la vita sulle sponde e all'interno e di un laghetto naturale, uno stagno o un macero.
Basta sedersi sul margine dello specchio d'acqua ed aspettare che la Natura compia il suo quotidiano miracolo: quello della vita.



Ogni volta che ho la possibilità di soffermarmi ad ammirare questo serbatoio di vita la meraviglia si rinnova, l'ambiente acquatico e i suoi confini sono una ricchezza di biodiversità piena di sorprese.

I maceri e gli stagni immersi nelle campagne sono lembi di vita selvatica sempre più rari da conservare e valorizzare, la costruzione di un laghetto naturale è un modo per contribuire alla salvaguardia dell'habitat acquatico e dei suoi dintorni.



E' sempre più difficile vedere nelle nostre campagne maceri o pozze d'acqua utilizzate per abbeverare il bestiame, riserve d'acqua e di vita un tempo molto comuni in ogni podere rurale.
Quelli rimasti sono preziosi per il grande valore ecologico, la ricchezza di sostanze nutritive presenti negli specchi d'acqua stagnante permette la sopravvivenza di piante acquatiche e di forme di vita animale.

Anche attorno allo specchio d'acqua spesso si creano le condizioni ideali per lo sviluppo di una ricca flora a sua volta rifugio e sostentamento di altri animali come insetti, rettili, uccelli e anfibi.



In genere stagni e maceri sono pozze artificiali alimentate da una falda acquifera o dalle acque piovane, in alcuni periodi dell'anno particolarmente siccitosi, in alcuni l'acqua sparisce ma non le forme di vita: basta il ritorno dell'acqua che molteplici viventi tornano a ripopolare la zona.

Approfittare di una bella giornata assolata di questo Autunno inoltrato può piacevolmente incrementare le nostre conoscenze naturalistiche, l'importante è avvicinarsi alla zona umida nel modo più silenzioso possibile per non spaventare gli abitanti più timidi.


Salcerella

Cominciamo l'osservazione dai bordi dello stagno, una vistosa macchia di colore rosso-violaceo potrebbe indicare la presenza di una comune palustre che colonizza spesso le sponde di un laghetto naturale: la Salcerella (Lythrum salicaria).
L'attraente fioritura di Salcerella inizia a Maggio e si protrae fino all'Autunno, le radici affondano nell'acqua tranquilla e il fusto si erge fino a 120 cm.

Nei pressi di Salcerella è possibile ammirare piante di Canapa acquatica (Eupatorium cannabium), da Luglio ad Ottobre questa elofita ravviva la zona marginale dello stagno con i suoi fusti lanuginosi rossastri e i piccoli fiori rosa.


Violetta di palude

Nelle zone limitrofe allo specchio d'acqua si collocano facilmente colonie di Violetta di palude (Hepilobium Hirsutum), i fiori rosacei molto evidenti si impongono nel paesaggio e contrastano con il bel verde della pianta che si propaga tramite robusti rizomi carnosi.


Mazzasorda

Se ci avviciniamo alle sponde possiamo notare alcune piante con "i piedi" affondati nell'acqua: sono le diverse varietà di Typha o Mazzasorda che con i loro 230 cm di altezza massima formano una cortina impenetrabile sulle sponde dello stagno. Le infiorescenze femminili marroni a forma di salsiccia sono molto caratteristiche e attirano lo sguardo.

Butomus umbellatus

Nel periodo estivo, tra gli esemplari di Typha spuntano fiori rosa screziati e delicati a forma di ombrello molto apprezzati anche nei laghetti ornamentali, si tratta di una varietà di giunco fiorito chiamata Butomus umbellatus, pianta dalla particolare eleganza alta fino a 150 cm.


Sagittaria

Foglie a forma di freccia rivelano la presenza di Sagittaria (Sagittaria sagittifolia), una pianta acquatica dai piccoli fiori bianchi ben adattata all'ambiente: le foglie verdi che emergono totalmente dall'acqua mostrano una forma sagittata, quelle sommerse sono nastriformi, le foglie galleggianti ovali.
La caratteristica di modificare la forma delle foglie a seconda della quantità d'acqua presente è una strategia di sopravvivenza molto comune nel mondo acquatico, con meccanismi affascinanti e complessi.


Tappeto di Lemna

Un verde tappeto che galleggia sulla superficie dello stagno è composto da Lemna minor, una minuscola galleggiante composta da due foglie alte appena 2-4 mm con radici filiformi microscopiche che filtrano e depurano l'acqua.
Durante la stagione fredda la pianta sverna sul fondo dello stagno per ricomparire in Primavera. 


Hydrous piceus

Ricordiamoci di portare un retino a maglia fitta, ciò darà la possibilità di osservare piccole piante che vivono sommerse e una fauna di microrganismi che abita appena al di sotto della superficie acquatica.
Dragando delicatamente l'acqua bassa dello stagno e raccogliendo anche il fango del fondale probabilmente emergeranno coleotteri come Hydrous piceus o qualche sua larva.
E' un insetto dalla forma ovoidale di colore nero-metallico che respira sott'acqua grazie ad una bolla d'aria che trattiene sotto le elitre, si ciba di detriti vegetali mentre la vorace larva è carnivora (si potrebbero confondere con quelle di libellula).

Scorgere le coloratissime libellule è sempre una piacevole sorpresa, ogni volta che le vedo volare da uno stelo all'altro, volteggiare con scatti repentini, brillare al sole come gioielli rimango a bocca aperta! 
La libellula è un insetto vorace e un grande predatore, un cacciatore formidabile.


Triturus carnifex

Un abitante in cui si potrebbe incappare è un innocuo e piccolo drago crestato, il suo nome è Triturus carnifex, un anfibio che può raggiungere la lunghezza di 18 cm. Durante la stagione riproduttiva (da Aprile a Giugno ) questo animale trascorre le sue giornate nelle acque tranquille di uno specchio d'acqua dove compie il corteggiamento, l'accoppiamento e dove depone le uova.


Girini a Maggio

Con un po'di fortuna si possono osservare i girini di Rana esculenta in diversi stadi di accrescimento, piccoli pesci neri con apertura boccale tagliata verso l'alto per raccogliere meglio le prede in superficie sono esemplari di Gambusia affinis, un pesce di origine americana voracissimo di larve di zanzara.


Gambusie

La superficie dell'acqua immobile ci permette di mettere a fuoco piccoli insetti pattinatori, sono i gerridi (Gerris lacustris), caratteristici animaletti delle acque stagnanti le cui zampe sono provviste di peli forniti di una sostanza grassa che impedisce all'insetto di sprofondare.
I gerridi, le cui zampe sono molto lunghe, sono predatori voraci di insetti che cadono nell'acqua e, avvertono una vibrazione sul pelo dell'acqua, accorrono a frotte per aggiudicarsi la preda.


Gli abitanti più timidi dell'habitat umido sono gli uccelli, con un po' di fortuna si riescono ad avvicinare anche se per la loro timidezza fuggiranno al minino rumore o segnale di pericolo.

Un uccello non troppo timoroso che saltella nel canneto alla ricerca di insetti è la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), le sue evoluzioni sono interessanti da osservare.
In Primavera la Cannaiola con grande capacità acrobatiche costruisce un nido sospeso tra due-quattro canne, qui alleva la sua prole e canta melodicamente fino a Settembre, periodo in cui emigra verso Paesi caldi.


Pendolino

Un nido pendulo a forma di fiaschetta tra i rami degli alberi sulle sponde dello stagno e un canto malinconico testimoniano la presenza del Pendolino (Remiz pendulinus), un uccellino piccolo che trascorre tutto l'anno nei pressi della zona umida in cui nidifica.


Gallinella d'acqua

Nelle zone umide protette esistono appositi capanni da cui osservare nascosti l'avifauna, in paziente attesa e con un po' di fortuna si possono incontrare le Gallinelle d'acqua (Gallinula chloropus), molto comuni nello stagno nuotano rasenti al canneto in cui si nascondono al minimo rumore.
Sono animali molto prolifici e dalle caratteristiche inconfondibili.

Uno stagno naturale tranquillo è abitato dal Tuffetto (Tachybaptus ruficollis), uno svasso minuto che ama i piccoli stagni nei periodi riproduttivi per spostarsi poi nelle acque più aperte di laghi o lagune.

Il più colorato e appariscente abitante tra gli uccelli acquatici è il Martin pescatore (Alcedo atthis), mostra un inconfondibile piumaggio azzurro-turchese nella parte superiore e rosso-ruggine nell'inferiore.
Sarà emozionante vederlo mentre si esibisce in un tuffo acrobatico per tentare di catturare un pesce!!



Questo mansueto esemplare di Rana toro (Lithobates catesbeianus) mi ha accompagnata durante una passeggiata nei pressi di uno stagno naturale.
Vinto l'iniziale timore, si è lasciata tranquillamente fotografare.

mercoledì 27 agosto 2014

IL MACERO, UN RETAGGIO DEL PASSATO

Basta uno sguardo alla mia pianura per capire l'impronta agricola ancora presente nel territorio che circonda i centri abitati, la periferia è intersecata con le vecchie corti, le antiche aie si intravedono tra condomini o case a schiera.
Quello che spicca maggiormente è la presenza numerosa di maceri, fino a pochi decenni fa componenti indispensabili di ogni podere di tutto rispetto.


Macero

I maceri sono l'ultima testimonianza visibile di una fiorente attività agricola delle province dell'Emilia ormai in disuso: la lavorazione della canapa (Cannabis sativa).
Tutto il territorio delle province di Bologna, Modena e Ferrara ne è punteggiato, una diversificazione del paesaggio rurale molto interessante perchè offre un ambiente naturale utile come rifugio a piante e animali legati all'acqua.


Canapa (Cannabis sativa) 

Il macero è un bacino idrico artificiale, spesso di forma rettangolare, dalle dimensioni e profondità variabili, utilizzato dal '500 sino agli anni 50 del secolo scorso per il ciclo di macerazione della canapa.


Macero utilizzato per irrigazione

La coltivazione e lavorazione della canapa hanno rappresentato una delle attività agricole più faticose che i nostri nonni ricordino, compiti gran parte affidati alle donne.
Le professioni di agricoltore o bracciante sono state le più praticate in questi territori, il racconto del gravoso compito che alla fine di Agosto prendeva il via in ogni angolo della Pianura ricorreva spesso nei racconti della nonna.



La canapa giungeva a completa maturazione nei primi giorni di Agosto, erano gli uomini a tagliarla  vicino alla radice con un falcetto e insieme alle donne si formavano altissimi covoni con i fusti delle piante suddivisi per altezze.
I covoni dovevano essiccare per 4-5 giorni, in caso di pioggia occorreva coprirli.



Nella fase successiva, quella della macerazione, il macero giocava il ruolo principale: le fascine venivano adagiate su zattere affondate mediante grossi sassi del peso di almeno 7 chili ciascuno, disposti lungo le rive.


Fase della macerazione, Bologna 1928

La profondità dell'acqua doveva essere almeno 2 metri per ottenere una buona macerazione che era considerata completa quando i fasci di canapa apparivano sbiancati (dai 10 ai 20 giorni di immersione).

La nonna ricorda il momento in cui i fasci di canapa detti mannelle venivano estratti dall'acqua come la parte più faticosa dell'intera lavorazione: appesantiti dall'acqua raggiungevano un carico notevole, le zanzare poi non risparmiavano chi doveva trascorrere ore nei pressi delle sponde del macero.



Una volta disposta sulle rive, la canapa si asciugava in pile dalla tipica forma a capanna e, una volta essiccata, si doveva trasportare nei pressi della casa colonica in un'apposita struttura detta casella, oggi spesso recuperata e trasformata in una piccola ed elegante dependance. 

L'ultima fase comprendeva la battitura dei fusti macerati per rompere la parte legnosa ancora presente, seguita dalla pettinatura che eliminava eventuali residui e conferiva morbidezza e lucentezza alla fibre.
Questi momenti vengono ricordati con allegria, secondo me anche per gli effetti della Cannabis che tutti conosciamo. Pare che anche le galline che becchettavano i residui della lavorazione sembrassero ubriache e su di giri!! 


La preziosa fibra veniva utilizzata dalle famiglie contadine per fabbricare robusto cordame, prodotti tessili grezzi e carta.

Vecchi teli di canapa che ho trasformato in preziosi asciugamani

Al termine del ciclo occorreva eseguire una pulizia completa del macero, con cambio dell'acqua (poteva essere utilizzata per una sola macerazione, i gas di fermentazione avrebbero ingiallito la successiva lavorazione), pulizia dalle erbacce e consolidamento delle sponde.

Con l'acqua pulita si immettevano i pesci, in genere carpe, tinche e pesci gatto che contribuivano all'eliminazione delle zanzare e alla pulizia del microambiente da alghe ed erbe infestanti.
Durante l'anno i pesci fornivano sostentamento per la famiglia e venivano utilizzati per festeggiare la conclusione dei lavori legati alla canapa (quando le zattere venivano immerse, i pesci affioravano perché privati di ossigeno e si potevano pescare con facilità).



Il macero continuava a rappresentare un elemento prezioso anche al di fuori del momento della lavorazione della canapa: si utilizzava per annaffiare l'orto, lavare la biancheria e pescare le saporite rane, da friggere nello strutto.
Nelle giornate più afose il macero si trasformava in piscina, nei bacini di grandi dimensioni si utilizzava una piccola barca per pescare o far divertire i bambini.



Con l'avvento del proibizionismo e la concorrenza data dalle fibre artificiali, nella pianura emiliana la canapa non si coltiva più soprattutto per le restrizioni dovute alla somiglianza morfologica con Cannabis indica, più ricca di principi attivi stupefacenti della varietà sativa.


Presenza di Ninfea alba in un macero con ecosistema equilibrato
Macero prosciugato di cui si intravede ancorala forma


Oggi molti maceri sono stati interrati per recuperare "prezioso" spazio per edificare o per motivi igienici oppure ritenuti pericolosi, altri sono in completo abbandono e considerati una discarica dove abbandonare pietrisco o rottami. Spesso sono affiancati dalle vecchie case coloniche diroccate e lasciati al loro destino.


Macero colonizzato da Nuphar luteo

Nella realtà in cui vivo i maceri sopravvissuti sono stati salvati dal degrado, considerati un patrimonio inestimabile del nostro passato sono diventati piccole oasi ecologiche dove la natura ha preso il sopravvento, microambienti ricchi di specie vegetali e animali e sorgenti di biodiversità.
In alcuni casi sono stati convertiti in laghetti per la pesca sportiva o sono ancora utilizzatati per l'irrigazione delle campagne limitrofe.



Si possono ammirare maceri che hanno perso la forma geometrica iniziale e che con il tempo e l'assenza di manutenzione hanno assunto contorni naturali: alberi, piante palustri, avifauna, pesci e anfibi sono tornati per prendere possesso dell'eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato.

Sono angoli di natura pieni di fascino sia dal punto di vista estetico che naturalistico, con uno scenario che mostra alberi caduti all'interno dello specchio acquatico intrecciati con la vegetazione palustre.



Tra gli alberi dominano le Salicacee come Pioppo (Populus) e Salice bianco (Salix alba), sulle sponde non mancano varietà di giunchi (Juncus), canne (Phragmites australis) e Thyphe latifoglia.
Gli arbusti come il Ligustro, il Sambuco e il Biancospino favoriscono la presenza di uccelli: Aironi bianchi e grigi e Garzette si nutrono delle loro bacche e nidificano nei pressi delle sponde.
Gli anfibi come tritoni e rospi trovano nel macero un perfetto habitat, spesso si sentono i muggiti della rana bue.


Presenza di girini nelle acque basse di un macero

Per la salvaguardia e la conservazione di questi specchi d'acqua rurali la Comunità europea, unitamente a diversi Enti regionali e locali, ha emanato regolamenti per un impegno (anche di tipo economico) affinché questi spazi siano recuperati.

giovedì 10 luglio 2014

C'ERA UNA VOLTA....IL BOSCO IGROFILO

L'attuale aspetto della Pianura Padana fatto di paesaggi squadrati, zone altamente antropizzate, monocolture, aree industriali e una Natura sempre più relegata in spazi ristretti non lascia certo immaginare come si presentava  7000 anni fa al termine dell'ultima glaciazione.

Con l'innalzamento della temperatura e lo stabilizzarsi di un clima maggiormente favorevole, l'intera Europa era ricoperta di boschi ricchi di fauna e vegetazione.
Anche la nostra Pianura Padana comprendeva una ricchezza inimmaginabile di foreste costituite da boschi igrofili cioè umidi, zone paludose e foreste planiziali ovvero di pianura.


Inizialmente i blandi interventi umani non erano stati in grado di scalfire la ricchezza del paesaggio: Etruschi, Celti, Liguri e Greci non avevano modificato l'aspetto del paesaggio in modo drastico, fino all'arrivo dei Romani (I sec. a.C.).

La necessità di disporre di spazi aperti ed aree coltivate aveva spinto i Romani ad opere di bonifica e disboscamento ma con un conservato rispetto per il bosco che spesso coincideva con zone sacre e di culto.
Molti querceti venivano lasciati intatti per la raccolta delle ghiande come cibo per i numerosi maiali allevati.
Con la caduta dell'Impero Romano (476 d.C.) la foresta torna a ricoprire i numerosi spazi che le erano stati sottratti.


Nel Medioevo la tutela dei boschi coincide con la necessità di possedere grandi aree di caccia e pascolo dei suini con l'affidamento di controllo e conservazione da parte di alcuni nobili.
L'incremento della popolazione intorno al IX secolo e il conseguente espandersi delle città e delle aree coltivabili diviene per i boschi e le foreste l'inizio di un rapido declino.
Enti religiosi, proprietari di grandi aree boschive, commissionano la bonifica delle paludi, il disboscamento di ampie superfici e la massiccia distruzione di foreste.


L'importanza strategica del bosco viene invece compresa dalla Repubblica di Venezia, sia come fonte di legname da costruzione per le navi che per ricavare le preziose palafitte su cui l'intera città si sorregge.
Una serie di norme regolamentava il taglio dei boschi, regole purtroppo sempre meno rispettate con il passare del tempo.

Tra il XV° e il XVI° secolo prendono il via le grandi opere di canalizzazione e regimentazione dei fiumi, la Pianure inizia ad assumere l'aspetto attuale.


I boschi igrofili che ancora oggi si trovano in Italia sono il residuo delle grandi foreste di un tempo, si tratta soprattutto di zone a ridosso di fiumi dove le continue esondazioni o risorgive di acqua hanno permesso la vita a quelle piante il cui fabbisogno di umidità è elevato.

Si tratta di associazioni vegetali che necessitano di terreni ricchi d'acqua in cui talvolta si hanno fenomeni di ristagno.
Le attuali aree a bosco igrofilo si collocano accanto a sponde o bracci morti di fiumi, specchi lacustri indifferentemente dalla fascia climatica.

Alnus glutinosa

Alnus glutinosa (Ontano nero) è la specie arborea principale del bosco igrofilo in grado di sopravvivere anche in ambienti sempre inondati.
E' un albero dal tronco slanciato e radici superficiali che può raggiungere un'altezza di 10 metri, la corteccia di colore nero (da cui deriva il nome) presenta fessure longitudinali e con il tempo si sfalda.
Il legno ha una caratteristica colorazione giallo, rosso-aranciato impiegato per lavori di piccola falegnameria e di idraulica siccome a contatto dell'acqua assume una particolare durezza (é il legno utilizzato per le palafitte di Venezia).

Ontano nero è un albero dal fogliame sparso, margine seghettato, coriaceo e di forma arrotondata che cade quando è ancora di colore verde.
Le foglie nella fase giovanile presentano la pagina fogliare appiccicosa (da qui deriva l'epiteto "glutinosa").

Alnus glutinosa

L'importanza di Alnus glutinosa nell'ecosistema fluviale è primaria per la funzione di consolidamento delle sponde di un corso d'acqua e la prevenzione del dissesto idrogeologico.
Arricchisce il suolo di composti azotati.

Ulmus minor
Ulmus minor

Presenza significativa nel bosco igrofilo è Ulmus minor (Olmo campestre), un tempo molto comune ma oggi difficile da ammirare a causa di una micosi che ne ha diminuito notevolmente la popolazione.
E' un albero deciduo molto longevo dalla corteccia liscia e scura .

Populus alba

All'interno del bosco igrofilo possiamo incontrare Populus nigra (Pioppo nero), Populus alba (Pioppo bianco),  Quercus Robur (Farnia), Salici che con il loro potente apparato radicale resistono all'impeto delle correnti.

Tra gli arbusti si trovano comunemente Cornus sanguinea (Sanguinella) Ligustrum vulgare (Ligustro) Viburnum opulus  utilizzati anche come piante ornamentali nei giardini e il caratteristico Prunus Padus, il Ciliegio a grappolo.


Il sottobosco è costituito da Carici, Cardi, Valeriana, Equiseti e Filipendula ulmaria.
Di particolare importanza è la presenza di Osmunda regalis, la rara felce reale, una specie relitta con apparato riproduttivo ancora primitivo.

Osmunda regalis

Molte delle leggende padane sono nate nel bosco igrofilo, Ontani e Salici sono sempre stati considerati dalle popolazioni contadine come entità degli inferi perchè le loro scarne chiome gocciolanti disorientavano i viandanti nelle nebbie tipiche di quei luoghi.
Lo spavento cresceva ulteriormente all'apparizione improvvisa di fuochi fatui
notturni (esalazioni di gas metano che fuoriusciva dalle paludi) confusi per spiriti maligni.

La magia dei fuochi fatui

Il  nome Alnus dell'Ontano è una parola che deriva dal celtico e significa "vicino alle acque", l'albero veniva creduto infernale perchè il suo legno appena tagliato assumeva un colore rosso sangue, lo stesso dei campi di battaglia.

Difendere oggi il bosco igrofilo significare conservare biodiversità e tradizioni sempre più distanti dalla nostra frenetica e distratta quotidianità.